Winx Club è una serie animata italiana realizzata dallo studio italiano Rainbow SPA, creato da Iginio Straffi e distribuito in ben 131 paesi.
martedì 16 novembre 2010
lunedì 15 novembre 2010
Aung San Suu Kyi
« Prevarremo perché la nostra causa è giusta, perché la nostra causa è fondata. ... La Storia è dalla nostra parte. Il Tempo è dalla nostra parte »
(Aung San Suu Kyi)
« La lotta per la democrazia e i diritti dell'uomo in Birmania è una lotta per la vita e la dignità. È una lotta che comprende le nostre aspirazioni politiche, sociali
ed economiche. »
( San Suu Kyi)
Aung San Suu Kyi nata a Rangoon il 19 giugno 1945 è una politica birmana, attiva da molti anni nella difesa dei diritti umani sulla scena nazionale del suo Paese, devastato da una pesante dittatura militare, imponendosi come leader del movimento non-violento, tanto da meritare i premi Rafko e Sakharov, prima di essere insignita del premio Nobel per la pace nel 1991.
Ha frequentato le migliori scuole indiane e inglesi, tanto che nel 1967, ad Oxford, ha conseguito la laurea in Filosofia, Scienze Politiche ed Economia. Ha continuato poi i suoi studi a New York e nel 1972 comincia a lavorare per le Nazioni Unite, e in quel periodo conosce uno studioso di cultura tibetana, Micheal Aris, che l'anno successivo diventa suo marito, e padre dei suoi due figli, Alexander e Kim.
Ritorna in Birmania nel 1988, per accudire la madre gravemente malata, e proprio in quegli anni il generale Saw Maung sale al potere e instaura il regime militare che tuttora comanda in Myanmar. Fortemente influenzata dagli insegnamenti del Mahatma Gandhi, Aung San Suu Kyi sposa la causa del suo paese in maniera non-violenta e fonda la Lega Nazionale per la Democrazia, il 27 settembre 1988. Neanche un anno dopo le vengono comminati gli arresti domiciliari, con la concessione che se avesse voluto abbandonare il paese, lo avrebbe potuto fare; Aung San Suu Kyi rifiuta la proposta del regime.
Dopo quindici lunghi anni è stata liberata, ma la sua voglia di combattere, senza violenza per il suo Paese e la sua gente non sembra essere svanita. Per comprendere il livello di repressione, basti pensare che gli U2 le hanno dedicato, nel 2003, un brano intitolato Walk On ("Vai avanti"). Per questo motivo è illegale importare, detenere o ascoltare in Birmania l'album della band irlandese All That You Can't Leave Behind, in cui è contenuto tale brano
da Wikipedia
da Wikipedia
domenica 14 novembre 2010
Mondiali di scherma Parigi 2010
Parigi 2010: Mondiali, Italia prima nel medagliere
Cala il sipario sui Campionati del mondo francesi: gli azzurri chiudono con sette podi e conquistano la Coppa delle nazioni.
L'Italia torna dai Mondiali di Parigi con più medaglie di tutti. Gli azzurri lasciano il Grand Palais, conquistando la vetta del medagliere e la Coppa delle nazioni. Due ori (Elisa Di Francisca nel fioretto femminile individuale e nella prova a squadre di fioretto femminile), tre argenti (Arianna Errigo nel fioretto femminile individuale, prova a squadre di fioretto maschile e prova a squadre di sciabola maschile) e due bronzi (Valentina Vezzali nel fioretto femminile individuale e Nathalie Moellhausen nella spada femminile individuale). Sette medaglie che ribadiscono il ruolo dell'Italia quale prima potenza mondiale della scherma.
(notizie dal web)
Elisa Di Francisca, Valentina Vezzali, Arianna Errigo ( oro fioretto a squadre).
Elisa Di Francisca ( oro fioretto individuale ).
Arianna Errigo ( argento fioretto individuale ).
Valentina Vezzali ( bronzo fioretto individuale ).
Nathalie Moellhausen ( bronzo spada individuale ).
Andrea Cassarà , Stefano Barrera, Valerio Aspromonte, Andrea Baldini (argento fioretto maschile a squadre ).
Foto di Augusto Bizzi
Grazie ragazzi
sabato 13 novembre 2010
Rose-Parte terza
Questo post è dedicato ai miei amici
George e Betsy del Tennessee
This post is dedicated to my friends
George and Betsy from Tennessee
venerdì 12 novembre 2010
giovedì 11 novembre 2010
L'estate di San Martino
L'estate di San Martino
L'11 novembre ricorre questa tradizione, il santo venerato in molte parti d'Italia e d'Europa. Patrono dei sommelier e anche dei mariti traditi
La tradizione, in breve, vuole che San Martino di Tours, divenne monaco dopo esser stato un valido soldato nell'esercito romano. Arruolatosi a quindici anni, dopo dopo aver vissuto anche a Pavia, si convertì al cristianesimo, dopo che trovandosi nella città di Amiens, in una giornata fredda e piovosa, incontrò un mendicante seminudo. Lo aiutò donandogli metà del suo mantello. Una volta donato, ripartì, ma, appena partito uscì il sole e la temperatura si fece mite. Da qui l'"Estate di San Martino".Nella notte sognò Gesù e si risvegliò con il suo mantello intero. Si fece subito battezzare e si adoperò molto per la conversione dei Galli al cristianesimo.
Per il suo atto di carità San Martino è il patrono di cavalieri e cavalli, dei sarti e dei mendicanti, dei poveri e dei sinistrati, dei fabbricanti di botti e degli ubriachi, degli alcolizzati guariti, dei mariti traditi, dei viticultori, dei vendemmiatori e dei sommelier, perché in occasione della sua festa si beve il vino nuovo
Ricordato in tutta Europa, si festeggia in molte zone dell'Italia, dal nord al sud.
(Pubblicato da Milano Ovest)
Tradizionalmente durante questi giorni si aprono le botti per il primo assaggio del vino novello, che solitamente viene abbinato alle prime castagne. Questa tradizione è celebrata anche in una famosa poesia di Giosuè Carducci intitolata appunto
San Martino
« La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor de i vini
l'anime a rallegrar.
gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar. »
martedì 9 novembre 2010
lunedì 8 novembre 2010
Il brigantaggio in Calabria
" Le guerre brigantesche furono combattute senza speranze e senza arte, guerre infelici e destinate sempre ad essere perdute, ma sorte da una volontà elementare di giustizia che nasceva dal nero lago del cuore!"
Carlo Levi
Innanzi tutto i "briganti" calabresi non erano dei malfattori o banditi come qualcuno vuole insinuare. Erano operai, artigiani, contadini ribelli alla prepotenza ed ai soprusi dello straniero, allo sfruttamento continuo dei lavoratori, alle ingiustizie sociali, alla corruzione, alle dure leggi degli oppressori, al disumano trattamento della gente indifesa, alla persecuzione degli innocenti. Tale affermazione non e' una nostra convinzione, ma il risultato di alcuni avvenimenti storici che si verificarono in Calabria anche durante la triste dominazione francese dei primi anni del 1800. Le tasse sempre più pesanti e le leggi sempre più insopportabili avevano ridotto la popolazione alla fame e alla disperazione, ed ecco il sorgere dei "briganti"! Ecco i "pedacisi" (di Pedace - Cosenza) ribellarsi allo strapotere dei francesi. Nel bosco di Malaparte i "pedacisti" affrontarono coraggiosamente il nemico, superiore per numero e per mezzi, e, dopo una sanguinosa lotta corpo a corpo durante la quale caddero eroicamente moltissimi di essi, furono sconfitti. I superstiti, guidati da un certo Lorenzo Martire ed incoraggiati da Padre Domenico Rota, nemico acerrimo dei francesi, si dispersero fra i boschi per continuare la guerriglia e per sottrarsi alla vendetta del nemico. E nessuno deve meravigliarsi se durante la latitanza dei ribelli calabresi, braccati dagli oppressori, si sono verificati degli atti incolsulti di violenza. I contadini calabresi erano ridotti a vivere tra fatiche e debiti per pagare le tasse, per cui non negavano il loro aiuto a coloro, come ai cosiddetti "briganti", che avevano il coraggio di ribellarsi alle dure leggi dei tiranni. Ed e' bene precisare che solo per questo motivo essi erano ospitali a chi si dava alla macchia.
A cura di Francesco Sisca
Il "brigante" piu' noto della Calabria e' considerato Giuseppe Musolino . Ma chi era veramente questo famigerato "brigante"? Un lavoratore tranquillo di S. Stefano d'Aspromonte, dov'era nato il 1875, quando fu arrestato perche' avrebbe sparato e ferito un uomo. Cerco' con ogni mezzo di dimostrare la sua innocenza, ma inutilmente! Fu condannato a ventuno anni di carcere per colpa di alcuni testimoni falsi. La lettura della sentenza del magistrato dell'Assise di Reggio Calabria lo sconvolse e, con animo fermo, giuro' di vendicarsi cantando a bassa voce il motivo della canzone del brigante Martino:
"'Nd ebbiru lligrizza chiddu jornu / quandu i giurati cundannatu m'hannu... / ma si pi sciorta a ddu paisi tornu / chidd'occhi chi ridiru ciangirannu. / (N'ebbero allegrezza quel giorno / quando i giurati condannato m'hanno / ma se per sorte a quel paese torno / quegli occhi che risero piangeranno. /
Dopo due anni riusci' ad evadere (gennaio 1899) dal carcere di Gerace e divento' il "brigante" dell'Aspromonte! Si vendico' dei suoi accusatori e dei suoi nemici uccidendo sette persone e ferendone undici. In quel tempo, in Calabria e fuori, Musolino era diventato un mito, il re della foresta. Si vedeva ovunque, ma nessuno riusciva a precisare dove. Dopo una lunga ed avventurosa latitanza, fu catturato per puro caso da due carabinieri in perlustrazione. Musolino si trovava nelle campagne di Acqualunga (Urbino) quando avvisto' due carabinieri, armati di tutto punto, che lo seguivano. Temendo di essere stato scoperto, si mise a correre in cerca di un posto sicuro. Correndo, sfortunatamente per lui, urto' ad un filo spinato di un reticolato, coperto di arbusti, e rimase impigliato per cui i carabinieri non trovarono alcuna difficolta' ad ammanettarlo. Era il 1901. Dopo qualche anno fu processato e condannato all'ergastolo. Musolino non ebbe la forza di resistere al suo dramma ed impazzi' in carcere. Il 1946 fu graziato e si stabili', ormai stanco ed inebetito, a Reggio Calabria dove mori' il 1956.
Giuseppe Musolino
Famosa brigantessa fu Marianna Oliviero detta Ciccilla che sposò Pietro Monaco. Questo suo matrimonio era stato preceduto da una tragedia. Il Monaco aveva già sposato Concetta Oliviero, sorella di Ciccilla, ma le sue attenzioni erano per Ciccilla non per la moglie Concetta, e Ciccilla folle di gelosia, attrasse in inganno la sorella in casa e la uccise a coltellate. Poi raggiunse il suo uomo e divenne brigantessa, prendendo parte a sequestri ed uccisioni. Fra l'altro, i coniugi briganti sequestrarono il vescovo di Nicotera e il canonico Benvenuto; riuscirono ad arraffare 15.000 ducati, ma, durante un conflitto con la Gguardia Nazionale, i due religiosi riuscirono a fuggire. La banda ne aveva fatte tante che alcuni gregari si lasciarono convincere a far fuori il capo. Pietro Monaco infatti fu ucciso, e Ciccilla, benchè ferita, fuggì per la campagna, Divenne lei il capo della banda. Catturata infine da un reparto del 58° fanteria comandato dal capitano Dorna, fu rinviata a giudizio e condannata a morte dal tribunale di Catanzaro, pena commutata in quella dei lavori forzati. Fu una brigantessa "bella e crudele", come raccontavano i suoi paesani, donna di fede con "carattere di comando". …….. Maria Oliviero preparò la catasta di legna per bruciare il corpo del marito, come si usava per i briganti uccisi in combattimento, ed al capitano Dorna disse: "se non era per quel traditore, anche con Pietro Monaco morto la banda restava, la guidavo io Maria Oliviero moglie di Monaco". Arrestata fu deferita, al tribunale di Catanzaro, dove arrivarono altre brigantesse tutte vestite in nero. La gente di Calabria cantava: "la fimmina di lu brigante Monaco murìu, lu cori comu na petra mpttu tinia".
Marianna Oliviero
I problemi che avevano originato il brigantaggio e che, in gran parte, risalivano alla responsabilità del governo borbonico, restavano però irrisolti e, in seguito, per molti abitanti del Sud l'unica speranza di sopravvivenza fu legata all'emigrazione. Lo squilibrio strutturale tra nord e sud d'Italia verrà affrontato in modo più organico dalla classe dirigente italiana e prese avvio il dibattito sulla questione meridionale, nei termini sociali ed economici in cui la conosciamo ancora oggi.
domenica 7 novembre 2010
venerdì 5 novembre 2010
Interessante leggere-2
La Certosa di Parma è uno dei due capolavori letterari di Henri Beyle (nome reale di Stendhal) che si pone quasi certamente come la massima espressione delromanticismo francese. L’opera è un romanzo a sfondo storico ambientato in Italia nei primi anni dell’ 800, a partire dalla campagna di Napoleone a Waterloo. Principale teatro del continuo evolversi degli eventi è l’Italia settentrionale, inizialmente nei pressi del lago di Como, quindi nella corte di Parma. Il protagonista, Fabrizio Valserra del Dongo, è un giovane discendente della dinastia dei del Dongo.Cresce vedendo purtroppo tutti gli sforzi del resto della famiglia nello sfoggiare finti benessere e nobiltà.In questo contesto familiare, con la totale assenza di affetto da parte del padre e del primogenito, intenti nelle loro occupazioni di spie austriache, Fabrizio vede crescere il suo interesse nelle imprese napoleoniche che lo portarono all’età di sedici anni a fuggire dalla sua tenuta di Grianta per servire l’Imperatore francese nella campagna di Waterloo. Qui il giovane protagonista scopre suo malgrado non l’aspetto onorevole e fascinoso della guerra, bensì la sua faccia più cruda e macabra. Purtroppo i suoi sogni di partecipare alla battaglia nell’esercito francese sembravano svanire a causa delle sue origini italiane e della mancanza di una certificazione che lo attestasse soldato.
Delitto e castigo fu pubblicato nel 1866 dallo scrittore russo Fëdor Dostoevskij - Raskolinikov, un giovane bello e povero, si reca da una vecchia usuraia per impegnare un orologio. Uscito, entra in una bettola e incontra Marmeladov, che ha per figlia Sonja, costretta a prostituirsi per mantenere la famiglia. Il giorno dopo Raskolinikov riceve una lettera della madre che lo informa dell'imminente matrimonio della sorella e del loro prossimo arrivo. Camminando per le vie della città Raskolinikov sente per caso una conversazione che lo mette al corrente del fatto che la vecchia usuraia si sarebbe trovata in casa da sola, allora progetta di ucciderla per derubarla. Mette in atto il suo piano, ma costretto ad uccidere anche la sorella della vecchia, rientrata prima del previsto. Nasconde il malloppo in un cortile, ma tornato a casa si rende conto di non stare bene. Infatti si ammala, ma l'amico di università azumichin gli sta vicino durante la malattia, ma non sapendo che essa è dovuta al rimorso, si mette a raccontargli il delitto avvenuto, e Raskolinikov sta sempre peggio. Arrivano la madre e la sorella, e Raskolinikov dice a loro di non essere d'accordo sul matrimonio. Il rimorso lo perseguita, e decide di recarsi alla polizia per incolparsi del delitto. Ma lungo la strada trova ferito Marmeladov, travolto da una carrozza. Lo porta a casa, dove incontra sua sorella che gli presenta il fidanzato Razumichin , ma Raskolinikov riesce a smascherarlo davanti a tutti come un poco di buono. Poi va a trovare Sonja, e sta per confessarle il suo delitto, ma alla fine decide di non farlo. Ma la loro conversazione interrotta viene ascoltata da un vicino. Nel frattempo, un certo Nikolaj che la sera del delitto in quella casa, si accusa del delitto. L'ex fidanzato di Sonja vuole vendicarsi e riconquistare la sorella di Raskolinikov , e cerca di incastrare Sonja facendola passare per una ladra, tentando di insinuare che Raskolinikov frequenta gente di quel tipo. Raskolinikov torna da Sonja e le confessa di aver ucciso la vecchia; il vicino sente tutto e si prepara ad agire contro Raskolinikov. Pochi giorni dopo la madre di Sonja, da tempo malata di tisi, muore, e in quella occasione il vicino di Sonja si avvicina a Raskolinikov e gli dice che lui sa tutto. L'investigatore a cui è stato assegnato il casoè convinto che sia stato Raskolinikov ad uccidere, e lo spinge a costituirsi. Il vicino va dalla sorella di Raskolinikov e le racconta del delitto di suo fratello, ma se ne pente, e dati tutti i suoi soldi a Sonja, si uccide. Raskolinikov decide di costituirsi e va in Siberia a scontare la pena, seguito da Sonja. Riceve delle lettere che gli comunicano il matrimonio tra sua sorella e l'amico Razumichin, e la morte della madre a causa della lontananza di Raskolinikov. Raskolinikov si ammala per il rimorso di tutte le sue azioni ignobili, e vorrebbe abbandonare tutto e morire, ma improvvisamente si rende conto di amare Sonja e si riprende.
Mastro Don Gesualdo, pubblicato nel 1889, è uno tra i più conosciuti romanzi di Giovanni Verga. Narra la vicenda dell'omonimo protagonista, ed è ambientato a Vizzini, in Sicilia, nella prima metà dell'Ottocento in periodo risorgimentale.
La vicenda ha inizio con l'incendio nel palazzo dei Trao, annunciato dal suono delle campane. I paesani accorrono in aiuto e fra loro fa la sua comparsa Gesualdo, che fin dalle prime battute mostra il suo attaccamento alla 'roba'.
Durante la scena dell'incendio, viene trovato Ninì Rubiera nella stanza di Bianca Trao, sorella di don Diego e di don Ferdinando. Per riscattare l'onore della sorella, don Diego chiederà alla baronessa Rubiera di acconsentire alle nozze fra Bianca e Ninì, ma la baronessa, anche lei piegata dalla logica dell'accumulo materiale, non acconsente perché Bianca, pur essendo nobile di nascita, è povera.
A sposare Bianca sarà invece Gesualdo, che su consiglio del canonico Lupi e amareggiato dagli egoismi della sua famiglia che lo sfrutta, decide di sposarla per aggiungere alla sua ascesa economica anche un'ascesa di classe sociale. Per far ciò rinuncerà a Diodata, una trovatella da cui Gesualdo ha avuto due figli che non ha riconosciuto né sostenuto economicamente. Bianca, contro il volere dei fratelli, acconsente alle nozze per riparare alla relazione colpevole con il cugino baronetto.
Il matrimonio con Bianca si rivela per il protagonista un "affare sbagliato": la donna lo respinge, il suo fisico debole riesce a dargli solo una figlia e non gli procura neanche i rapporti amichevoli con la nobiltà del paese.
Bianca ha una figlia, Isabella, che nonostante sia nata dalla precedente relazione che la donna ha avuto con il cugino, viene accettata da Gesualdo. La bambina, educata in collegio fra compagne di estrazione sociale alta, si vergogna a tal punto delle umili condizioni del padre da farsi chiamare con il cognome della madre. Divenuta grandicella ritorna al paese natale a causa della diffusione del colera, e lì si innamora di Corrado la Gurna.
Gesualdo, data la condizione poco agiata del ragazzo, si oppone al loro rapporto, e così la figlia decide di scappare con Corrado.
Il protagonista, dopo aver fatto esiliare il ragazzo, riesce a organizzare un matrimonio di riparazione fra la figlia e il duca de Leyra, un nobile palermitano decaduto che vivrà alle spalle del suocero sperperando tutte le sue sostanze.
Da qui ha inizio il declino di Gesualdo, che poco dopo la morte della moglie, si ammala ed è costretto a trasferirsi nel palazzo della figlia, dove assisterà impotente alla dilapidazione delle sue sostanze; sarà quindi preso dai rimorsi, e si renderà conto della mancanza di comunicazione fra lui e la figlia.
Consumato dal cancro, Gesualdo muore solo, tra l'indifferenza dei servitori, in una stanza appartata del palazzo dei Leyra, lontano dalla sua casa e dalla sua terra.
Figli ed amanti (Sons and Lovers) è un romanzo di David Herbert Lawrence, pubblicato nel 1913.
In quest'opera viene messo in risalto l'attaccamento quasi morboso che una madre prova verso il proprio figlio non essendo amata dal marito: è il complesso di Edipo messo chiaramente in luce dalla psicoanalisi di Sigmund Freud.
Mrs. Morel, donna sposata con un rozzo minatore che spesso torna a casa ubriaco e che non prova quasi nessun attaccamento per lei, riversa il suo affetto sui due suoi figli, William e Paul.
Inizialmente il complesso edipico di Mrs. Morel si rivolge solo sul figlio maggiore, William, ma alla morte di questi è Paul che subisce il legame morboso che la madre ha con lui. L'attaccamento è così forte da rovinare in parte la vita del giovane Paul che non riesce a staccarsi dall'ala materna, la quale condiziona ogni sua azione e rapporto col mondo femminile.
Quando Paul incontra Miriam, stringe con lei una profonda amicizia che presto si trasforma in amore. Le pressioni della madre di Paul però lo costringono ad abbandonare la storia con la ragazza. La successiva relazione è con Clara, una giovane ragazza sposata che lavora assieme a Paul: anche questo rapporto è destinato al fallimento.
Alla morte della madre, Paul, nonostante il comportamento patologico della madre che gli ha causato la rovina delle sue storie e della sua giovinezza, è profondamente addolorato, tanto che ogni cosa per lui sembra perdere significato.
I tre moschettieri (Les trois mousquetaires) è un romanzo d'appendice del 1884 pubblicato originariamente a puntate sul giornale Le Siècle scritto dal francese Alexandre Dumas (padre) . È uno dei romanzi più famosi e tradotti della letteratura francese e ha dato inizio ad una trilogia, che comprende Vent'anni dopo (1845) e Il visconte di Bragelonne (1850).
I tre moschettieri del titolo sono Athos, Porthos e Aramis. Francia, 1625: lo squattrinato ed intraprendente guascone D’Artagnan si reca a Parigi per mettersi al servizio di re Luigi XIII portando con sé una lettera di presentazione indirizzata al signore di Tréville, capitano del corpo dei moschettieri.
Proprio nel palazzo di Tréville, D’Artagnan fa la rocambolesca conoscenza di Athos, Porthos e Aramis, i più celebri moschettieri del re. In pochi minuti i tre, l’uno all’insaputa dell’altro, sfidano a duello il giovane guascone. Mentre D’Artagnan sta per battersi a turno con Athos, Porthos e Aramis, intervengono le guardie del cardinale Richelieu, le quali dichiarano in arresto i contendenti in quanto i duelli sono stati proibiti. I moschettieri ed il coraggioso guascone si avventano sulle guardie a spada sguainata ed escono vittoriosi dal sanguinoso scontro. Poco tempo dopo il signore di Tréville e i suoi moschettieri vengono convocati a corte di Luigi XIII, il quale anziché rimproverarli per aver disobbedito alle leggi, si complimenta con loro.
Nella politica francese il primo ministro, cardinale Richelieu, è schierato - anche se solo formalmente - con il Re, mentre non ama per nulla la Regina Anna d'Austria, perché imparentata con famiglie che rappresentano un pericolo per la Francia. Di lei si è innamorato il duca di Buckingham: il suo è un amore folle, che non può essere apertamente ricambiato senza destare scandalo. Per convincere Buckingham a tornare in Inghilterra, la Regina gli regala dodici puntali di diamanti, ricevuti in dono dal marito. Ma Richelieu trama nell’ombra e propone a Luigi XIII di organizzare un gran ballo di corte. “Quale occasione migliore perché la Regina possa sfoggiare i puntali di diamante che le avete regalato, maestà?” chiede il cardinale, sicuro di mettere in difficoltà la sovrana. Il Re accetta la proposta e per la Regina è assolutamente necessario recuperare in tempi brevi il dono fatto al duca di Buckingham.
Contattato da Costanza Bonacieux, la guardarobiera della regina di cui è innamorato, D’Artagnan accetta l’incarico di raggiungere il duca di Buckingham in Inghilterra per farsi consegnare i dodici puntali di diamanti. Il guascone si mette in viaggio, accompagnato da Athos, Porthos e Aramis, ma la delazione del marito di Costanza mette sulle loro tracce gli uomini del cardinale, incaricati di far fallire la missione.
Alla prima sosta presso una locanda, i moschettieri sono provocati da uno sconosciuto che inneggia a Richelieu e costringe Porthos al duello. Temendo una trappola, gli altri tre ripartono e, subito fuori della cittadina di Beauvais, incontrano una decina di uomini intenti a lavorare lungo una strada dissestata: in realtà è una trappola. Aramis, ferito, viene affidato alle cure di un locandiere, mentre Athos e D’Artagnan proseguono il viaggio sino ad Amiens, dove vengono ingiustamente accusati di essere dei falsari di monete. Athos viene bloccato, ma D’Artagnan riesce a raggiungere Calais, dove, seppur ferito, s’imbarca sul traghetto per l’Inghilterra.
Raggiunta Londra, D’Artagnan si presenta al duca di Buckingham, che gli consegna i puntali di diamanti. Ne mancano però due, trafugati da Milady de Winter, una spia del cardinale. Il duca ne fa realizzare una coppia perfettamente identica all’originale dal gioielliere del Re. La missione è compiuta e D’Artagnan ritorna a Parigi, giusto in tempo per consegnare i puntali e salvare l’onore della Regina.
La vendetta del cardinale colpisce Costanza, che viene rapita da Milady, mentre D’Artagnan parte, su ordine di Tréville, alla ricerca dei tre amici moschettieri. Per primo recupera Porthos, rimasto in attesa nella locanda; poi è il turno di Aramis, ritiratosi a Crevecoeur a meditare; infine, D’Artagnan ritrova Athos, barricato nella dispensa della locanda dove era stato accusato di essere un falsario. Nel frattempo è scoppiata la guerra contro l’Inghilterra e i moschettieri vengono inviati a combattere a La Rochelle, l’ultimo possedimento degli inglesi in Francia. Per vincere la guerra, Richelieu manda Milady in Inghilterra con lo scopo di far assassinare il duca di Buckingham. Intanto D’Artagnan apprende che Costanza è stata liberata e si trova nel convento delle carmelitane di Le Bethune, ma vi giunge troppo tardi: Costanza è morente, avvelenata dalla perfida Milady.
La morte di Costanza getta nello sconforto D’Artagnan, che vuole a tutti i costi consegnare alla giustizia Milady. Insieme con i tre moschettieri e un misterioso uomo dal mantello rosso, si mette all’inseguimento della diabolica nemica, la raggiunge e l’accusa dei suoi tremendi delitti. Milady respinge ogni addebito, ed è a questo punto che avanza il misterioso uomo avvolto nel mantello rosso che si rivela essere il boia di Lilla. Anni prima Milady era stata la diretta responsabile del suicidio del fratello del boia. Ora è giunto il momento della vendetta: Milady viene condannata a morte e decapitata la notte stessa.
Anziché combattere i suoi avversari, Richelieu, uomo privo di scrupoli che ha però sempre agito per il bene della Francia, riconosce i servizi resi al paese da D’Artagnan e dai suoi tre amici, concedendo al guascone la nomina a luogotenente dei moschettieri. Un sogno si è avverato: D’Artagnan è festeggiato da Athos, Porthos e Aramis, non più solo amici, ma ora anche colleghi.
mercoledì 3 novembre 2010
L'alluvione di Firenze - Gli angeli del fango
L'alluvione di Firenze avvenuta nelle prime ore del 4 novembre 1966 in seguito a un'eccezionale ondata di maltempo, fu uno dei più gravi eventi alluvionali accaduti in Italia, e causò forti danni non solo a Firenze ma in gran parte della Toscana e più in generale tutto il paese.
Un documento ufficiale della Prefettura del novembre1966 fissò in 34 il numero delle vittime, di cui 17 a Firenze e 17 nei comuni della provincia.
In Via San Remigio, nella zona più bassa della città, esiste una targa dell'alluvione del 1333 dove una manina scolpita indica il livello raggiunto dalle acque; ancora più in alto la targhetta che ricorda il livello raggiunto dalle acque nel 1966; le targhe sono a circa quattro metri d'altezza
La basilica di Santa Croce
Il Crocefisso di Cimabue (1280 ) nella chiesa di Santa Croce venne semidistrutto durante l'alluvione, travolto dalle acque, che staccarono irrimediabilmente gran parte della superficie dipinta.
Gli angeli del fango è l'appellativo che fu dato ai soccorritori volontari del patrimonio artistico di Firenze, accorsi in aiuto della città per salvare libri preziosi , sculture e tele.
Iscriviti a:
Post (Atom)




















