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venerdì 5 aprile 2019

Le coperte

Mi avvolgo in una coperta e non penso neppure a pensare. 

                                                                 Fernando Pessoa

giovedì 13 aprile 2017

" L'ultima cena "


In quella sera, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: " In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà ". I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora, uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al suo fianco. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: " Domandagli: chi è colui a cui si riferisce? ". Ed egli, reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: " Signore, chi è? ". Rispose allora Gesù: " E' colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò". Ed intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, Satana entrò in lui. Gesù, quindi, gli disse: "Quello che devi fare, fallo al più presto ". Nessuno dei commensali capì perchè gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto:
" Compra quello che ci occorre per la festa ", oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone, egli uscì subito. Ed era notte. Quand'egli fu uscito, Gesù disse: " Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire "... Gli domandò Simon Pietro: " Signore, dove vai? ". Gli rispose Gesù: "Dove vado io, per ora, tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi ". Pietro disse: " Signore, perchè non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te! ". Rispose Gesù: " Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo due volte, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte ".
Dal Vangelo di Giovanni 13-21-33-36-38

venerdì 21 giugno 2013

Che dispiacere!!!

Grecia, chiude anche l’Orchestra Sinfonica Nazionale. Ultimo concerto in lacrime

mercoledì 4 aprile 2012

I have a dream


Immagine di una lezione all'Università dell'Oklaoma. Gli studenti bianchi siedono normalmente nei propri banchi, mentre G.W. McLaurin, studente afroamericano, siede fuori dall'aula.

I have a dream

( Io ho un sogno)
Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.
Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo, il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.
Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.
E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.
Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.
Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.
Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.
Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.
Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.
Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.
E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.
Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.
Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.
E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.
E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente"

                                                  Martin Luther King


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domenica 11 marzo 2012

Il naufragio dell'Andrea Doria


Il transatlantico Andrea Doria viene varato il 16 giugno 1951. E' una nave passeggeri enorme, con una stazza di quasi 30.000 tonnellate e una capienza di oltre mille persone. E' l'orgoglio della Marina italiana, un mezzo d'avanguardia tecnologicamente avanzato interamente costruito nel nostro paese. Un simbolo di rivalsa, degno erede dei grandi transatlantici degli anni Trenta che testimonia la voglia dell'Italia di lasciare ormai alle spalle le difficoltà e gli orrori della guerra. La nave non primeggia solo in velocità e grandezza  ma si impone anche per il lusso e la cura degli ambienti volti a rendere indimenticabile la grande traversata dell'Atlantico. I ponti della nave ospitano ben tre piscine scoperte, una per ogni classe, e i grandi saloni all'interno racchiudono pezzi d'arte pregiatissima tra cui una scultura dedicata al grande ammiraglio Doria da cui la nave prende il nome. Anche le misure di sicurezza erano state analizzate con cura in fase di progettazione. Per una beffarda somiglianza con l'altro ben noto transatlantico considerato inaffondabile, il Titanic, lo scafo del Doria era stato creato per garantire di navigare anche con due interi compartimenti stagni allagati. Inoltre, questione non sempre scontata negli anni Cinquanta, erano presenti a bordo un numero sufficiente di scialuppe per equipaggio e passeggeri.Il 26 luglio 1956 il Doria sta viaggiando verso New York mentre un'altra nave, di nazionalità svedese, la MN Stockholm, un transatlantico per il trasporto di merci e passeggeri, si dirige verso Gotemburgo, nella Svezia meridionale. Intorno alle 23 le navi stanno percorrendo una zona coperta da una spessa coltre di nebbia. Le indicazioni del radar non riescono ad evitare l'incidente. Quando le due imbarcazioni si vedono è ormai troppo tardi: qualsiasi tentativo di manovra risulta inutile. La prua dello Stockholm sfonda la fiancata del Doria e la danneggia per quasi tutta la sua lunghezza. Lo squarcio provocato è di circa 12 metri di lunghezza; molti passeggeri che si sono già ritirati all'interno delle loro cabine per la notte vengono uccisi schiacciati dalla prua della nave svedese. Il Doria inizia a imbarcare acqua e si inclina di ben 18 gradi nel giro di pochi minuti, rendendo inutilizzabili la metà delle scialuppe a disposizione. La situazione è disperata e il capitano Piero Calamai lancia immediatamente il segnale di SOS. Una buona parte dei passeggeri abbandona il transatlantico salendo rapidamente sulla Stockholm, mentre un'altra parte viene portata in salvo dall' Ile de France arrivato sul luogo dell'incidente in breve tempo.Il Doria affonda alle 10,09 della mattina del 26 luglio 1956. Le vittime del disastro sono in totale 55 tutte morte nel momento dell'impatto tra le due navi. Grandi elogi sono fatti al comandante Calamai e al resto dell'equipaggio per aver gestito, con grande prontezza e professionalità una situazione tanto disperata.

Piero Calamai comandante dell'Andrea Doria.

Dopo l'incidente seguono mesi di indagini a New York. Importanti avvocati esperti in diritto marittimo rappresentano le due compagnie coinvolte, e dozzine di legali si presentano in nome dei parenti delle vittime. Il processo si conclude imputando alla nebbia la sostanziale colpa di quello che viene definito un incidente inevitabile.


venerdì 27 gennaio 2012

Se questo è un uomo


Se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no
considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno
meditate che questo è stato
vi comando queste parole
scolpitele nel vostro cuore.
Stando in casa andando per via
coricandovi alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli
o vi si sfaccia la casa
la malattia vi impedisca
i vostri nati torcano il viso da voi.

                                Primo Levi


domenica 22 gennaio 2012

Vecchio

 Questo ascensore è stato installato nel 1982.
1982- Portata Kg.315 , capienza  4 persone.
2003-Portata max Kg.250, capienza solo 3 persone per evitare che si blocchi. Grazie.
 2012-Ricordandovi che questo ascensore ha 30 anni, è opportuno che non si salga in più di 3 persone.

2022-Portata ?????!!!!!
      Capienza?????!!!!!

giovedì 17 novembre 2011

Le tre campane






Gringoire

Non sento più le campane
la cattedrale è muta 
si è ammalato Quasimodo
forse è un uomo innamorato


Frollo

E' da tre giorni che

non suona le campane

sta soffrendo, è triste 
e non ragiona più

Frollo - Gringoire

Vive e muore l'amore in lui

Quasimodo

Io suono le campane
i miei amori, le mie amanti
e le vorrei abbracciare
farle ballare, farle cantare

se nevica o piove
se c'è vento o c'è il sole
io suono le campane
coi miei tormenti e le mie gioie

le campane per chi
nasce e chi se ne va
di mattina o di giorno o di notte per chi

prega o piange e per chi 
s'alza presto e sta qui
quando è l'ora per la messa del popolo mio

per le Palme o perché
è Natale, e poi c'è
l'Assunzione, Ognissanti, e l'Epifania

perché l'Angelo andò
a parlare a Maria
per un anno che è già qua mentre il vecchio va via

e per le processioni
e le celebrazioni
per la Pasqua e le sue rose e un bel sole per me

giorno pieno di re
e di felicità
per la Pentecoste accesa di fiamme di Dio

e per le comunioni
e le confermazioni
per i santi protettori da tutti dolori

e domeniche che
sono piene di sé
per gli Osanna, gli Alleluia e l'immortalità

ma quelle che preferisco
tra queste mie donne di ferro
sono le tre Marie
le mie migliori amiche

Maria la più piccolina
per i bambini seppelliti
Maria, la grande Maria
che manda in mare i marinai

ma quando suono la grossa Maria
per chi si sposa e poi va via
non resto tanto allegro io
mi sento triste e morirei

vedo tutta la gioia
e la felicità
che nessuna donna mai nei miei occhi vedrà

io li vedo volare
su nel cielo e sul mare
e felici come stelle li vedo brillare

suono io le campane
Kyrie Eleison
Alleluia, Osanna, Dies Irae, Dies Illa

le campane d'amore
e di festa e dolore
le campane che non hanno suonato per me

campane amiche mie
voglio sentire come mi amate
suonate e dite che
vive Esmeralda e vivo anch'io

per dire al mondo che Quasimodo ama 
la sua Esmeralda


                    Le Campane
                    Musical - Notre Dame De Paris


mercoledì 7 settembre 2011

La vecchia cascina


La vita fugge, non cercare dunque 
più di quanto ti offre la gioia del momento 
e affrettati a goderla
                                                      Stendhal
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